26/06/2009

La parabola di Schio, articolo su Blog Economy

Fossi un banchiere, starei molto (ma molto!) attento a quel che sta accadendo a Schio, un centro del Vicentino famoso per la sua eccellente, piccola imprenditoria. Perché da venerdì 19 giugno, proprio a Schio, è cominciato il primo, storico «boicottaggio del credito». È accaduto che la Smit Textile, una media azienda che dal 1930 produce telai ed è da anni tra i leader mondiali del settore grazie a una tecnologia molto avanzata (il meccano-tessile è uno dei fiori all’occhiello della zona), si sia trovata in difficoltà perché le banche dell’area, da alcuni mesi, non le concedono più affidamenti. La scelta degli istituti di credito, almeno a prima vista, pare miope: l’impresa è stata ricapitalizzata nel 2008 e nel gennaio di quest’anno si è dotata di un concreto piano di riorganizzazione. E la direzione aziendale garantisce di avere ottenuto ordini per 3 milioni di euro, ai quali purtroppo non riesce a fare fronte solamente per colpa della stretta creditizia.

Di fronte a questo apparente paradosso, i 185 dipendenti della Smit Textile - che nel 2008 hanno già attraversato un periodo di cassa integrazione - hanno fatto fronte comune con l’azienda. Così hanno deciso di chiudere collettivamente i loro conti correnti nelle banche che restano «sorde» alle richieste di un prestito. Tutte (pare) tranne Unicredit, che il 23 giugno ha confermato un fido da 2 milioni di euro.
La «parabola di Schio» è insieme istruttiva e minacciosa. Perché il «boicottaggio del credito» chiude efficacemente, con la concretezza di un gesto inedito e a suo modo rivoluzionario, il cerchio delle infinite polemiche innescate da troppo tempo fra le imprese italiane e l’Abi, l’organizzazione delle banche italiane.
Queste polemiche durano da mesi, e ormai sono come acqua pestata nel mortaio. Il 20 giugno l’Associazione degli artigiani di Mestre, un centro studi peraltro famoso per l’accuratezza e la forza polemica delle sue statistiche, ha rivelato che nel 2008 il 78% dei prestiti bancari, un totale di 1.304 miliardi di euro, è andato al 10% degli affidati: vale a dire alle grandi aziende italiane. Quindi, per sottrazione, alle piccole e medie imprese sono arrivate praticamente le briciole: 289 miliardi, il 22% dell’erogato.
Queste cifre, il giorno successivo, hanno scatenato come mille altre volte la dura reazione dei banchieri: Corrado Faissola( nella foto), che è il presidente dell’Abi, ha risposto che secondo i «suoi» dati «il 52% del credito viene utilizzato dalle imprese con un fatturato inferiore ai 50 milioni», mentre le imprese che hanno oltre 500 milioni di giro d’affari «usano meno del 30% del credito». Pertanto, ha concluso tetragono Faissola, «le informazioni che sono arrivate da Mestre sono destituite di ogni fondamento e diffamatorie».
L’ennesima guerra di statistiche, insomma. Economy, che negli ultimi mesi al tema del finanziamento delle imprese e del cosiddetto «credit crunch» ha dedicato grande attenzione e perfino una rubrica fissa (lo «Sportello per le imprese», durato dieci settimane), ha cercato di raccontare con equilibrio la diatriba che oppone industrie e banche. Però è inevitabile parteggiare per le imprese sane, quelle che incontrano crescenti difficoltà a trovare gli affidamenti che servono loro per acquistare i bulloni o le materie prime necessarie a fare fronte agli ordini. Per questo vanno salutate con favore iniziative concrete come quella annunciata il 23 giugno da Intesa Sanpaolo e dall’Assolombarda, che hanno messo 200 milioni a disposizione delle piccole aziende di Milano.
Queste sono scelte giuste. Questo è il corretto approccio al problema del credito: le banche devono collaborare con le imprese che funzionano. In caso contrario, i banchieri possono cominciare tranquillamente a prevedere che da Schio il fenomeno dei «boicottaggi del credito» prenderà piede anche altrove e magari riuscirà ad allargarsi a macchia di leopardo in altre parti d’Italia.
Del resto, gli operai e gli impiegati della Smit Textile hanno già trovato il pieno sostegno «bipartisan» della Confindustria locale e di Cgil, Cisl e Uil. E certe scelte collettive fanno molto presto a diventare contagiose.

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